Il 5G È Già Vecchio: Cosa Significa il 6G per il Business Italiano
Il 6G arriva nel 2030 con velocità 100 volte superiori al 5G. Scopri impatto su telemedicina, industria 4.0 e smart city. L'Italia è pronta o rischia di restare indietro?
Mentre l'Italia fatica ancora ad adottare il 5G – solo il 2% delle grandi aziende lo utilizza strategicamente – il resto del mondo sta già lavorando alla prossima rivoluzione: il 6G. Una tecnologia che promette velocità fino a 1 Terabit al secondo, latenza nell'ordine dei microsecondi e intelligenza artificiale integrata nativamente nella rete.
La domanda non è se arriverà, ma se saremo pronti.
Il 5G in Italia: un'occasione già mezza sprecata
I numeri parlano chiaro. Secondo l'Osservatorio 5G & Connected Digital Industry del Politecnico di Milano, il mercato del 5G industriale in Italia vale appena 10,5 milioni di euro nel 2025. Una cifra che, seppur in crescita del 43% rispetto all'anno precedente, resta marginale nel contesto europeo.
Il problema non è la copertura – che sfiora il 90% della popolazione – ma l'adozione reale. Solo il 27% degli utenti italiani utilizza servizi 5G, un dato in linea con la media europea ma drammaticamente distante da mercati come Corea del Sud, dove la velocità media del 5G è circa il doppio di quella europea.
L'Europa, un tempo culla del 2G, è oggi in ritardo strutturale. E l'Italia, con il 60% delle linee ancora su rete in rame, rischia di accumulare un gap difficile da colmare.
6G: non solo più velocità
Il 6G non è semplicemente un 5G più veloce. È un cambio di paradigma.
Le reti di sesta generazione integreranno nativamente l'intelligenza artificiale in ogni componente, dalla gestione del traffico all'ottimizzazione automatica delle risorse. Si parla di reti "zero-touch": infrastrutture capaci di configurarsi, diagnosticare problemi e migliorarsi senza intervento umano.
Le applicazioni concrete spaziano dalla chirurgia remota in tempo reale alle comunicazioni olografiche, dai veicoli autonomi alle smart city con sensori ambientali integrati direttamente nella rete.
Secondo Qualcomm, i primi dispositivi pre-commerciali 6G potrebbero arrivare già nel 2028, con il lancio commerciale previsto intorno al 2030.
Cosa significa per le aziende italiane
Per il tessuto imprenditoriale italiano, prevalentemente composto da PMI, il 6G rappresenta sia un'opportunità che una minaccia.
Opportunità: chi saprà prepararsi potrà accedere a livelli di automazione, efficienza e innovazione oggi impensabili. Manifattura intelligente, logistica predittiva, manutenzione remota in tempo reale diventeranno lo standard competitivo.
Minaccia: chi ignorerà questa transizione rischia di trovarsi fuori mercato. Non si tratta di adottare una tecnologia, ma di ripensare interi modelli di business.
Il problema è che molte aziende italiane vedono ancora il digitale come un costo, non come un investimento. E questo approccio culturale, più che tecnologico, è il vero ostacolo da superare.
L'Italia può ancora recuperare?
L'Unione Europea ha stanziato 900 milioni di euro per il programma Smart Networks and Services, con l'obiettivo di completare la standardizzazione entro il 2025 e il deployment nel 2030. In Italia, il progetto RESTART coinvolge il Politecnico di Milano, il CNR e altre istituzioni nella ricerca su banda THz, comunicazione satellitare e integrazione AI.
Ma la ricerca da sola non basta. Servono investimenti infrastrutturali, competenze diffuse e soprattutto una visione strategica che oggi manca.
Come evidenziato da Agenda Digitale, le telecomunicazioni italiane stanno attraversando una fase critica che riflette un più ampio ritardo europeo. La sfida non è solo tecnologica: è industriale, culturale e politica.
Fonte: Agenda Digitale - Telecomunicazioni italiane in crisi
Il tempo stringe
Il 6G arriverà che lo vogliamo o no. La Cina lavora su questa tecnologia dal 2018, Stati Uniti e Corea del Sud stanno accelerando, l'Europa cerca di non perdere ulteriore terreno.
Per le aziende italiane, il momento di iniziare a prepararsi è adesso. Non aspettando il 2030, ma costruendo oggi le fondamenta digitali – infrastrutture, competenze, cultura dell'innovazione – che permetteranno di cogliere le opportunità di domani.
Chi continua a rimandare la trasformazione digitale non sta risparmiando: sta accumulando un debito tecnologico che prima o poi presenterà il conto.